Il fattore comunicazione – Giorgia Gessner

In occasione dei 50 anni dell’azienda, mi sono messa a sfogliare quella che mio marito e i miei figli chiamano scherzosamente “la tua opera omnia”. Si tratta di centinaia di riviste, che ho diretto o sulle quali ho scritto a partire dagli anni 60, rilegate anno per anno. In questo tuffo nel passato mi hanno sorpreso tre cose: innanzitutto i grandi progressi, tecnologici, concettuali ed estetici, che la nautica ha fatto in questi 50 anni; il numero esiguo di cantieri che sono sopravvissuti fino ad oggi e, in terzo luogo, il numero veramente cospicuo di articoli, descrizioni e prove di barche, interviste, che ho dedicato nel corso degli anni alla Rio, dei quali non mi ero resa conto. Nel primo caso c’è solo da ammirare l’inventiva, la capacità e il buon gusto dei cantieri italiani, che sono in poco tempo balzati ai vertici della produzione mondiale. Nel secondo caso non occorrono spiegazioni: si tratta del naturale avvicendamento di un’industria che ha dovuto inventare se stessa (praticamente prima della guerra non esisteva): sono sopravvissuti quei cantieri che avevano idee chiare, un’oculata gestione e un pizzico di fortuna e che, soprattutto, hanno fatto della ricerca e sviluppo il loro punto di forza. Nel terzo caso, ebbene, ho dovuto pensarci a lungo per trovare la giustificazione a un tale fiume d’inchiostro. E mi è venuto in mente che Anna Maria Scarani si è inventata, ante litteram, il ruolo di PR, inondando i rappresentanti della stampa di comunicati, rigorosamente scritti a mano e spediti per posta e di telefonate personali, invitandoli a raduni e a presentazioni tecniche con accesi dibattiti. Oggi, con e-mail e Internet è tutto più semplice, ma allora erano in pochi coloro che davano alla stampa il peso e l’attenzione che le compete. Spesso era difficoltoso ottenere informazioni dagli altri cantieri. Al telefono rispondevano delle centraliniste ignare di tutto che non sempre ti passavano il titolare, spiegando che era “molto occupato”. Di barche da provare per i giornalisti la Rio (anzi l’Avionautica Rio come si chiamava agli esordi) ne aveva sempre a disposizione, gli altri raramente o quasi mai.

Intendiamoci, il cantiere Rio aveva, e ha ancora, molto da dire, sempre all’avanguardia in fatto di forme e materiali, con una produzione incessante di novità e con un occhio attento alla piccola nautica. E’ stata la prima a promuovere e a perseguire il concetto della barca per tutte le borse, ora dimenticato dalla maggioranza dei produttori che mirano al sempre più grande, più costoso, più lussuoso. Ne è esempio negli anni 70 l’impiego, dopo quello iniziale del legno, del Ravikral (una formulazione dell’ABS, acrilonitrile-butadiene-stirolo, dell’Anic) per modelli di piccole

dimensioni. Quella di “stampare” la barca con una resina termoplastica era un’idea grandiosa perché fra le più adatte alle produzioni di grande serie. L’esperimento non ha funzionato, probabilmente solo per la mancanza dei grandi numeri indispensabili. Passata alla vetroresina e ai compositi si è distinta per le inedite soluzioni di trasformabilità che consentivano, e consentono, di sfruttare gli stessi spazi con funzioni diverse e per l’attenzione ai comfort degli utilizzatori non solo per la navigazione ma anche per la vita di bordo. Il cantiere Rio è stato anche fra i primi a dedicarsi all’export, creando filiali all’estero e mettendo in piedi una fitta rete di distributori e di assistenza. Oggi le barche Rio si vedono dovunque nelle acque anche dei più sperduti e lontani paesi.

La Rio ha anche un’altra atout: è fin dagli inizi un’azienda familiare, in cui lavorano fratelli, mogli, figli, nuore e nipoti, ciascuno con le sue competenze e idee, garantendo una continuità di intenti rara, se non rarissima. Nel corso degli anni io, così come anche molti altri colleghi, sono diventata amica dei vari componenti della famiglia. Al salone di Genova non manco mai di visitare il loro stand e davanti a un caffè ci mettiamo a chiacchierare con Anna Maria magari non di barche ma di faccende personali. Mi viene in mente un’ultima cosa fra le tante, senz’altro più importanti, che spiegano i longevi successi della Rio, anche questa legata alla comunicazione. Anna Maria Scarani ha sempre scelto dei piccoli gadget per i giornalisti, non costosi ma semplici e utili, che nel loro impiego quotidiano ricordassero il marchio del cantiere. Io, per esempio, ho da almeno vent’anni una lavagnetta appesa in cucina in cui annoto le cose da comperare. Ogni volta che vi scrivo patate, detersivo, pasta, burro eccetera, leggo il nome Rio e me ne ricordo con simpatia.

Giorgia Gessner
Giornalista “Pioniere della nautica”

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