Modello Rio, modella Simonetta – Antonio Bignami

Lavoro, con alterne fortune, nel mondo della nautica da diporto dal 1984. Credo di essere rimasto, nell’opinione di molti addetti ai lavori, fotografo per necessità contingenti e giornalista per forza, ma io devo dire che non ci faccio molto caso. Pochi mesi dopo l’inizio di questa mia ormai sterminata presenza nel mondo del diporto, fui mandato a Sarnico per fare un servizio fotografico alla Rio.

Ci andai con Simonetta che era ed è tutt’ora, grazie anche alla sua capacità di sopportazione, la mia inseparabile compagna di avventure: forti di una oculatezza nello spendere che andava ben al di là dell’immaginabile, il “capo grosso” Vincenzo Zaccagnino e il “capo magro” Mario Sonnino (erano questi i loro nomignoli nella redazione di Nautica) le avevano cucito addosso l’incerto mestiere di modella, ma io sospetto che tutto dipendesse dal fatto che era una ragazza carina ma non cara (nel senso dei costi). Simonetta ed io avevamo già all’attivo molti lavori: alcuni, tenendo conto che la fotografia digitale e il computer erano ancora a distanze siderali, anche di buon livello. Ma fu quel primo meraviglioso incontro con la famiglia Scarani, che ci convinse, malgrado l’ostilità e la diffidenza di molti, a continuare per cercare di arrivare all’immagine perfetta. Anna Scarani divenne per noi (mi riesce difficile tuttora parlarne senza essere tradito dai sentimenti) una sorta di “materna ed instancabile sostenitrice professionale: secondo lei, fin dal primo lavoro che le presentai, ero un’insuperabile fotografo nautico e Simonetta la ragazza più graziosamente dotata di piede marino che avesse mai conosciuto. Erano tempi in cui la fotografia nautica “seria”, di un certo spessore, muoveva i primo passi, tempi di immagini grezze e ruspanti, ma sincere. Non c’erano gli elicotteri, non c’erano stuoli di personaggi che preparavano le modelle, non c’era tanta folla intorno a noi. Simonetta con una borsina di costumi e di straccetti, io con la mia macchina fotografica, le tasche piene di pellicole e due robuste scarpe da tennis per scalare i pendii dove mi andavo ad appostare per fotografare i passaggi della barca dall’alto che piacevano tanto alla signora Anna e poi c’era lui, il pilota della barca. Veniva scelto in base ad una serie praticamente inesauribile di capacità: doveva saper guidare bene la barca innanzitutto, ma anche conoscere i migliori punti del lago dove salire in alto, esserre belloccio, saper arredare le dinette con quelle prime, arcaiche cianfrusaglie che venivano raccattate lungo la rotta che conduceva a Montisola.

Dato che tutte queste qualità le doveva avere uno dei ragazzi che lavoravano alla Rio, è chiaro che le opzioni non erano molte e alla fine si finiva sempre per scegliere un paio di vittime che venivano promosse per qualche ora a primi attori. Per quanto mi riguarda credo che una delle mie caratteristiche fotografiche vincenti fosse quella di riuscire – fisicamente intendo – ad arrampicarmi su per le montagne o introdurmi all’interno di un parco di un’isoletta (veri e propri reati penalmente perseguibili) senza essere visto dai proprietari. Questo anche perché eravamo criminali furbi: ogni volta bruciavamo un posto ma la volta seguente venivo scaraventato da un’altra parte mentre i carabinieri ci cercavano in quella precedente. Questo giochetto andò avanti molti anni lo confesso: la Signora Anna Scarani nostra inconsapevole complice, era sempre contenta delle fotografie e quindi non c’erano problemi. Qualcosa si complicò soltanto quando la Signora decise di cambiare modella (anche perché sembrava che tutte le barche Rio fossero di proprietà della mia compagna) e decise di cercare altre ragazze: ne trovò molte, tutte graziose e volonterose, ma noi non tenevamo conto delle condizioni meteo. Quasi tutti questi servizi fotografici venivano fatti in inverno, le montagne intorno al lago d’Iseo erano coperte di neve e la signora Anna attendeva fiduciosa nel suo ufficio la vittima predestinata con un costume da bagno: nessuno lo sa ma in quegli anni fummo noi i responsabili di un’inspiegabile epidemia di malattie respiratorie tra le giovanissime ragazze di Sarnico e dintorni. Parlavo dell’immagine perfetta: la sto ancora cercando ma alla Rio, sicuramente devo moltissimo in questo senso. Soprattutto per l’amicizia, la stima e la felice consapevolezza di aver vissuto insieme un momento arcaico, pioneristico ma irripetibile della fotografia nautica.

Antonio Bignami
Fotografo, giornalista e scrittore

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